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THRILLER PSICOLOGICO CON NOTE ROCK ALTERNATIVO

A volte anche la luna è piatta di Gianni Brandi, ed. Aletheia editore

TRAMA
La tranquilla vita di Roberto viene sconvolta una mattina di Aprile del 2018. Svegliatosi di soprassalto, entra nella camera da letto della figlia Martina di 7 anni, ma la trova vuota. Della bambina nessuna traccia. Perfino la moglie, la madre della bimba, nega l’esistenza di Martina e appare diversa dal giorno prima: non più una mamma trasandata, ma una donna in carriera perfettamente curata e con abiti griffati. Roberto cerca la documentazione che possa dimostrare l’effettiva esistenza della bambina, ma invano: Martina non risulta né negli archivi della clinica dov’è nata, né all’ufficio anagrafe. Si reca anche presso la scuola frequentata dalla figlia, ma nessuno la conosce. Incontra uno strano uomo che lo conduce in un borgo d'altri tempi e gli mostra una foto...Martina abbracciata a una donna sconosciuta. È così che ha inizio il viaggio di un padre alla ricerca di una figlia forse mai esistita, viaggio che lo porterà a vivere situazioni e legami slegate da confini spazio-temporali.

ESRTATTI

Una mattina di fine aprile 2018 accadde qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Dopo una notte trascorsa tra un incubo e un altro con tuoni e lampi che si infiltravano tra i sogni, mi svegliai di soprassalto. Sentii un rumore proveniente dalla cucina e la porta scricchiolare più volte. Un guaito che diventava sempre più insistente e simile a un ululato non accennava a placarsi. Scesi dal giaciglio in punta di piedi per non destare mia moglie e attraversai mestamente il corridoio, nel mentre i fulmini impetuosi azzurravano a tratti le pareti, rendendo la tonalità giallo crema simile alle cromie di un arcobaleno. Passai davanti alla cameretta di mia figlia e vidi la porta insolitamente spalancata. Mi fiondai dentro e accesi timoroso la luce. Tutto era sparito: il letto bianco a baldacchino, l’armadio di colore bianco stile shabby, lo scrittoio e la libreria abbinate, le mensole, tutti i peluche e i giocattoli di mia figlia...
Non era rimasto nulla, se non una cassapanca bianca in vimini meno affollata del solito. Non c’era più nemmeno una foto che desse un senso umano alla stanza. E non vi era lei, la mia piccola Martina. Mi sentii sprofondare come nel più immenso degli abissi. Scossi il viso a colpi di schiaffi, sperando che fosse un altro maledetto incubo, ma era tutto reale. Quella non era più la cameretta di mia figlia, pareva una stanza assaltata da un ufficiale giudiziario per dei debiti insoluti. Non riuscii a dare una spiegazione e, istintivamente, sperai in uno scherzo. Ma bastò poco per disilludermi. Fino alla sera prima tutto era perfettamente in ordine nella sua confusione: bambolotti che fuoriuscivano a iosa e con i loro occhi sembravano scrutarti, giocattoli che si mettevano a suonare nei momenti meno opportuni e pennarelli multicolori sparpagliati per ogni angolo della stanza....

...Sentii una mano bussare sulle mie spalle. Mi girai d’istinto e abbozzai un appropriato contegno. Incrociai degli occhi azzurri, argentei, che mi fissavano increduli. Erano identici a quelli di Martina e tradivano la stessa espressione di torpore al risveglio, ma non erano i suoi. Erano quelli di Magda, mia moglie. Mi chiese compunta e attonita: “Roberto, ma cos’è successo? Sembri sconvolto… E poi… Chi stavi chiamando prima?”. La guardai scioccato. Come faceva a non capire? Per lei era tutto normale? Provai a contenere lo stato di agitazione che sempre più mi stava avvolgendo e aprii a fatica la bocca. Cercai di non guardarla in faccia mentre le dissi turbato: “Magda, ma come, non ti sei accorta di nulla?”, tutto di un fiato, come quando si butta giù un odioso antibiotico. “E di cosa dovrei accorgermi?”, fu la sua risposta, saccente e impietosa al tempo stesso. Alzai lo sguardo, liberato dalle inibizioni momentanee. Aveva assunto tutt’altro aspetto rispetto alla sera prima....


Il fisico piuttosto tonico, il viso, nonostante il torpore mattutino, perfettamente in tiro. Erano smarrite la peluria e le piccole rughe che le solcavano il volto. I capelli, pur leggermente arruffati dalla notte, perfettamente puliti e brillavano di un biondo acceso. Allungai lo sguardo verso le sue piccole mani. Una colata color arancio avvolgeva le unghie delle sue dita facendole apparire più lunghe e graffianti. La donna che dalla gravidanza in poi si era lasciata piuttosto andare era solo un mio ricordo. A meno di non voler credere che durante la notte la casa si fosse trasformata in una beauty center con estetiste impegnate a tambur battente, il che includeva anche trattamenti dietetici con effetti istantanei, era avvenuto qualcosa di miracoloso. Continuai a fissarla attonito e lei non ci mise molto a notarlo, ma per ritegno, forse, attese prima la mia risposta. Le dissi titubante: “Magda, ma cos’è successo? Ti vedo diversa…”


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